La famiglia di Carla abitava nel vecchio borgo; case
ammassate l’una accanto all’altra tra vicoli e sottopassi di androni.
Piccole finestre che rubavano, spesso solo in estate,
alcuni raggi di sole nel mezzogiorno e con la vista limitata alle pareti di
altre abitazioni e di piccoli cortiletti.
In quei cortiletti Carla s’intratteneva a giocare con
gli altri ragazzi e ragazze dell’isolato.
Gli appartamenti erano su diversi piani, non avevano
terrazzini e collegati da una tromba di scale con muri scrostati e sporchi e
gradini in pietra alcuni dei quali scheggiati.
Il suo appartamento era al terzo piano, composto di un
soggiorno, due camere dal letto, una delle quali ospitava Carla la notte, una
piccola cucina con la stufa, in perenne funzione, che bruciava tutto ciò che
poteva essere combusto e, da ultimo un eufemisticamente definito, “bagno” con
water e lavabo. In un angolo la tinozza in metallo zincato, per le abluzioni
settimanali.
Il quarto inquilino di quell’appartamento era il gatto
Micio.
Così, semplicemente Micio.
Era l’inseparabile amico di Carla quando la ragazzina
studiava.
Micio si accucciava sul tavolo, davanti ai libri e
quaderni con quel gradevole e delicato ronfare emesso dalle sue corde vocali in
attesa della distratta e consueta carezza che Carla gli allungava di tanto in
tanto.
Nella stagione degli amori, Micio spariva per qualche
giorno, poi un mattino lo si sentiva miagolare sull’ultimo gradino della rampa
delle scale, davanti alla porta, in attesa che gli aprissero.
Il pelo arruffato e alcune tracce di lotta
testimoniavano le sue notti brave trascorse a contendere la bella con gli altri
gatti del vicinato.
Carla, terminate le ore scolastiche e dopo aver fatto
diligentemente i compiti assegnati dalla maestra, accompagnava la mamma a far
spese nei negozi di vicinato.
Non esistevano supermercati, ogni negozio aveva la sua
merce e i negozianti erano conosciuti familiarmente per nome.
Gigi, il panettiere, offriva prodotti derivati dal
frumento e dal granoturco; Franco, il salumiere, era forse quello che offriva
un margine più ampio anche se non a portata di tutti: mortadella, pancetta,
taleggio e gorgonzola erano in testa alla "hit parade" delle vendite.
Il giovedì mattino, giorno di vacanza nelle elementari,
Carla accompagnava la mamma al lavatoio pubblico attorno al quale altre
signore, ciascuna con la sua cesta di panni sporchi, che non lesinavano in pettegolezzi
o battute sulle assenti.
Non era l’unica ragazzina che, accompagnando la madre,
coglieva l’occasione per accodarsi ai giochi di strada proposti di volta in
volta dalle sue amiche.
Una sera il padre portò in famiglia la notizia: « Mi
hanno riferito che presto dovremo sloggiare, il Comune ha approvato un “Piano
di risanamento” che prevede l’abbattimento di tutte le abitazioni dell’isolato,
anche la nostra. Mi hanno comunque rassicurato che per tutte le famiglie
coinvolte baderanno a trovare una sistemazione altrove. »
Se la notizia aveva fatto sorridere la mamma di Carla,
non altrettanto lo fu per lei.
Abbandonare la sua maestra, i suoi compagni e compagne
di classe, le sue amiche dei giochi in cortile e al lavatoio, sarebbe stato
penoso.
Alcune lacrime le scivolarono sulle gote; ma non voleva
turbare la felicità della mamma e con una scusa si diresse nella sua cameretta.
Lì, senza testimoni, riprese a piangere, questa volta con grossi lacrimoni.
Avrebbe lasciato Miuccia, la sua amica del cuore, la sua
confidente e compagna di giochi.
A fine agosto la famiglia fece il trasloco; caricate le
poche masserizie si trasferì in un appartamento di periferia della città.
Prima di partire Carla salutò Miuccia con un grosso e
interminabile abbraccio, ambedue con le lacrime agli occhi mentre Miuccia cantava,
sul ritmo del Valzer delle candele, il ritornello insegnato a scuola dalla
maestra alla fine dell’anno scolastico:« Ma non addio diciamo allor se ancor ci
rivedrem …… ».
Promisero l’un l’altra di rivedersi anche se, purtroppo,
nessuna delle due aveva il nuovo indirizzo.
Passarono alcuni anni, Carla cambiò scuola e amicizie,
arrivò la guerra e il padre dovette partire a fare il soldato.
Altri anni ancora e finalmente la guerra terminò. Un
pomeriggio si presentò alla porta: sembrava Micio quando rientrava dalle sue
battaglie notturne, malconcio ma indenne.
Micio, che aveva traslocato pure lui con la famiglia, da
tempo era sparito.
Dicono che i gatti, quando sentono la morte vicina, si
appartino per non lasciarsi commiserare dal prossimo. Sicuramente lo fece pure
Micio.
Nel frattempo Carla era diventata una bella signorina
corteggiata da molti giovanotti ma ancora indecisa nella scelta: continuare a
studiare o fidanzarsi?
Aveva deciso che non poteva fare l’una e l’altra cosa
insieme.
Un pomeriggio estivo, assieme ad alcune amiche, decise
di ritornare nel vecchio Borgo, ormai risanato, che non rivedeva da quando la
famiglia aveva traslocato.
Mentre le amiche si soffermavano davanti alle vetrine
dei negozi Carla approfittò per rivedere il luogo della sua abitazione.
Tutto era cambiato, le vecchie case, ammassate l’una
appiccicata all’altra erano state abbattute sostituite da uno slargo pavimentato
in ciottoli di fiume e con, al centro, due marciapiedi in lastre di arenaria.
Ai lati aiuole e alberelli lo abbellivano.
Passò accanto al vecchio lavatoio al quale avevano
rifatto la copertura metallica, e si fermò innanzi a una parete dipinta di
bianco ma che mostrava ancora nel muro i segni della rampa di scale che saliva
ai piani superiori.
Per Carla fu un colpo al cuore.
Contò il numero di rampe e rivide il segno del gradino
del suo pianerottolo.
Le parve, per un istante, di rivedere Micio che
miagolava per farsi aprire la porta.
Nella mente le risuonava il ritornello della canzoncina
cantata da Miuccia prima di lascarsi e il vocio dei ragazzini che giocavano nei
cortiletti.
Poi di nuovo il silenzio, gli occhi le si appannarono da
un velo di lacrime, girò su se stessa e con un cenno della mano salutò Miuccia
e Micio.
Non sarebbe più tornata nel suo vecchio, piccolo Borgo
antico.

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